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Le autonomie e la fragilità della nostra democrazia


La presente riflessione era stata preparata in occasione del Forum degli amministratori locali svoltosi a Limena, che ha dimostrato, una volta di più, l’importanza di dotarsi di uno strumento permanente in cui la comunità degli amministratori locali, e non solo, possa confrontarsi e diventare protagonista delle politiche volte all’autogoverno delle nostre realtà territoriali.


Pur occupandomi da anni di autonomia differenziata e di attuazione dell’articolo 116, 3° comma della Costituzione, in questa sede provo ad affrontare alcuni aspetti delle vicende autonomistiche che attengono al rapporto fra lo Stato e le autonomie territoriali e fra le stesse istituzioni territoriali.


Sulla questione “autonomia”, che da alcuni anni occupa in modo totalizzante il dibattito pubblico della nostra regione - come suggerito dal segretario regionale Andrea Martella, - nelle prossime settimane dedicheremo un appuntamento ad hoc, in cui affronteremo con il necessario rigore la molteplicità di questioni che hanno contribuito a determinare lo stallo negoziale fra lo Stato e la regione, suggerendo un cambio di approccio, necessariamente meno ideologico (23 materie o niente).

Ricordo che in anni lontani attorno al ruolo delle autonomie, cioè al primigenio fondamento della vita democratica e di autogoverno delle nostre comunità, il centro sinistra veneto diede vita al cosiddetto partito dei Sindaci, a significare la necessità di un diverso riparto delle competenze fra le diverse istituzioni che compongono la Repubblica, e soprattutto sulla necessità di una loro autonomia finanziaria, presupposto di una autonomia sostanziale. L’iniziativa per il passaggio da una finanza derivata all’autonomia finanziaria è stata al centro del dibattito e costituisce ancora oggi un obiettivo per l’autogoverno responsabile delle comunità.


Le autonomie e la fragilità della nostra democrazia

Mattarella nel suo discorso di insediamento davanti alle Camere, all’interno di un fondamentale capitolo dedicato allo stato della nostra democrazia, alla sua fragilità e al rapporto fra esecutivo e Parlamento, ha sottolineato come “i regimi autoritari o autocratici rischiano ingannevolmente di apparire, a occhi superficiali, più efficienti di quelli democratici, le cui decisioni, basate sul libero consenso e sul coinvolgimento sociale, sono invece più solide”. Quanto sta avvenendo in questi giorni in Ucraina ad opera dell’autocrate Putin, inimmaginabile per brutalità e spregio del diritto, evidenzia una volta di più la forza di quelle parole e il richiamo al “bisogno costante di inveramento della democrazia”.


A conclusione della sua riflessione e di un richiamo così alti, nel ribadire la necessità che “la politica riconosca, valorizzi e immetta nelle istituzioni ciò che di vivo cresce nella società” il Presidente si soffermava sul “ruolo e lo spazio delle autonomie. Il pluralismo delle istituzioni, vissuto con spirito di collaborazione …. che rafforza la democrazia e la società”.


Non ha parlato di autonomia, che non avrebbe avuto senso in quel contesto, ma di autonomie e del ruolo che svolgono nel mantenere coeso il tessuto sociale e nel farlo progredire.


Solo dalle nostre parti, quel passaggio, che traguardava al rapporto di leale collaborazione fra le diverse istituzioni che compongono la nazione, è stato piegato ad uso domestico.


Ho citato Mattarella, perché fra le regioni e gli altri enti locali si è andato approfondendo, sicuramente qui nel Veneto, un fossato, come se, comuni, province e regioni, non fossero paritariamente costitutivi della Repubblica. Questione che meriterebbe una adeguata iniziativa politica.

Sulla Regione mi limiterò a dire che a distanza di 20 anni dall’elezione diretta del Presidente, con il Consiglio regionale ridotto ad un ruolo subalterno e ancillare, si pone con forza, come diceva Mattarella, il tema dell’”inveramento della democrazia”, oggi potremmo dire sostituita da Presidenti/governatori che svolgono sempre più il ruolo di Commissari unici delle politiche pubbliche. Non c’è dubbio che nel corso degli ultimi anni, ben evidenziata dalle elezioni regionali in piena pandemia, sia andata rafforzandosi la legittimità politica dei Presidenti con l’assunzione di una funzione monocratica senza precedenti. A questo rafforzamento ha corrisposto una bassissima legittimazione politica degli organi legislativi, che costituisce un serio problema quanto a equilibrio dei poteri. A quanti adducono la similitudine con l’elezione diretta dei sindaci, va fatto notare che mentre i sindaci e i consigli comunali esercitano poteri amministrativi, i Consigli regionali esercitano, o meglio dovrebbero esercitare poteri legislativi. Oggi, purtroppo, i consigli regionali sono ridotti al ruolo di ratifica delle decisioni del Commissario/Presidente, e la non sfiduciabilità sostanziale, pena la decadenza di entrambi gli organi, rende il consiglio asservito e privo di autonomia. Se vogliamo oggi affrontare i limiti e la fragilità delle nostre democrazie rispetto ai regimi autocratici, io penso che questa torsione, a suo tempo preconizzata da Leopoldo Elia, debba essere affrontata con decisione, non tanto per far venir meno l’elezione diretta, ma per introdurre contrappesi, svincolando la decadenza del Presidente a quella del Consiglio. In più, e questo aspetto riguarda il ruolo delle altre autonomie (comuni e province), non va sottaciuto la scarso peso del Consiglio delle autonomie locali (CAL), che in un corretto equilibrio dei poteri avrebbe potuto svolgere la funzione di una sorta di “seconda camera consiliare”, fatta dai sindaci e dai presidenti delle province e delle città metropolitane, deputata a intervenire quando la legislazione riguarda materie devolvibili in via sussidiaria agli stessi comuni o province.


Non è un problema solo veneto, ma dal Veneto può partire una importante iniziativa nazionale sull’assetto dei poteri, sullo stato della nostra democrazia, perché il potere concentrato in un unica persona, che decide, più che attraverso la Giunta, attraverso il comitato di direzione con i dirigenti da lui nominati, è questione non più sotto valutabile, tanto più in presenza di partiti fragili e poco radicati.

Ruolo degli Enti locali, autonomia finanziaria e revisione estimi catastali

Torno sulla questione del ruolo degli enti locali e del loro rapporto con lo Stato e la regione.


Abbiamo perso per strada un orizzonte strategico, posto a fondamento dell’autonomia e dell’esercizio della responsabilità, che è dato dall’autonomia finanziaria, così come indicato all’articolo 119 della Costituzione, in cui si afferma l’autonomia finanziaria di “entrata e di spesa”, principio ribadito nella legge 42/2009 sul federalismo fiscale e dal Decreto Legislativo 68 del 2011 in materia di autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario.

Questione, che pur con progressi tecnici rilevanti in materia di determinazione dei fabbisogni standard di province e comuni, fa i conti con modelli perequativi che in assenza di un salto di qualità, che non si vede all’orizzonte nella determinazioni di capacità fiscali standard, non può rispondere all’esigenza di eliminare le sperequazioni fra enti territoriali.


La determinazione delle capacità fiscali standard, che è tema strategico, è stata calcolata sia per comuni che per le province e CM, ma in particolare per i comuni viene condizionata dalle rendite catastali sperequate e dalla incapacità di riscuotere i tributi in molte aree del territorio nazionale. Proprio per questo c’è bisogno, per un corretto funzionamento, che vi sia una comune base imponibile a garanzia dell’equità fiscale fra i cittadini e nel nostro caso, visto che parliamo di enti locali, fra territori.


La vicenda del Comune di Padova, che ha visto rimborsati ben 37 milioni versati al fondo di solidarietà comunale è da questo punto di vista emblematico del problema.

Si tratta di un orizzonte strategico in chiave di responsabilizzazione autonomistica. Diversamente si continuerà a barcamenarsi all’interno di una contrattazione da suk arabo con lo Stato e con la stessa regione, con i rapporti improntati a un permanente squilibrio fra chi da e chi chiede, in cui esiste un dominus e un soggetto ad autonomia limitata.


L’aggiornamento degli estimi catastali è in questo senso una battaglia per l’equità fra cittadini e fra territori.

So bene che il tema è stato usato in modo strumentalmente bugiardo da parte della destra, che sulla casa e sulla sua tassazione vi ha costruito una orwelliana post verità, ma come ci mostra l’aggressione in atto, contro le post verità noi dobbiamo rafforzare, con coraggio, la verità delle iniquità tutelate. Questo è fare politica e non subirla. E a fare questa operazione verità dovrebbero essere in primo luogo gli amministratori, rivendicando la trasparenza che è fondamento della responsabilità.

La determinazione della capacità fiscale standard è, in questo senso, obiettivo fondamentale per una più equa distribuzione delle risorse e per una vera responsabilizzazione degli attori politici e dei cittadini, a ogni latitudine del nostro paese.


Sembrano temi tecnici mentre sono, invece, temi straordinariamente politici, perché se affrontati con rigore mostrano un diverso volto della fiscalità e del ruolo del pubblico verso i cittadini.


La questione è tanto più necessaria in un territorio sensibile come quello veneto che si professa federalista e rimanda alla necessaria fedeltà fiscale, che può esistere e rafforzarsi se è forte il patto fra le istituzioni e i cittadini, fedeltà che è necessaria anche per l’alimentazione della solidarietà verso i territori più svantaggiati.

Tema delicato tanto più se consideriamo il dissesto o il pre dissesto di molti comuni e le ragioni, non solo gestionali o legate alle infiltrazioni della malavita, che portano al dissesto. In questo senso il debito 5 miliardi del comune di Napoli, generato dalla scarsa fedeltà fiscale in materia di tributi, è questione generale, perché produce effetti sulla tassazione statale da cui si attinge per non mandare in default quelle amministrazioni. Tema che andrebbe approfondito. Senza reticenze.

Come si vede, tornare a parlare delle autonomie, riprendendo con coraggio questioni strategiche, che riguardano sì la vita dei comuni, ma che chiamano in causa in primo luogo i cittadini che pagano e usano i servizi, è un modo per costruire, attorno a questioni antiche, un nuovo dibattito pubblico, un nuovo discorso pubblico dopo anni di vuota ubriacatura differenziante.


L’autonomia differenziata, che come dice l’articolo 116 3° comma stabilisce che “ulteriori forme e condizioni particolari … possono essere attribuite” a Regioni diverse dalle regioni a statuto speciale, ha occupato tutto lo spazio del dibattito pubblico senza che nessuno abbia mai esplorato concretamente il valore e il significato delle funzioni richieste in rapporto ai risultati attesi. L’autonomia è diventata, e così è avvertita da una larga maggioranza dei cittadini e, oserei dire, anche degli amministratori, non già battaglia per organizzare competenze (per far meglio dello Stato nell’esercizio di alcune funzioni), ma per trattenersi il soldi del cosiddetto residuo fiscale, come se la tassazione fosse in capo ai territori e non invece, com’è, ai cittadini. Rimando ad una riflessione più accurata l’analisi di questi aspetti centrali e decisivi, che rischiano, se non affrontati con la necessaria serietà e rigore, di zavorrare il dibattito politico veneto per i prossimi decenni. Mi limito a dire che il dibattito pubblico tutto centrato sul “sol dell’avvenire” dell’autonomia, raccontata come il giardino dell’Eden, ha fatto da schermo ai limiti rilevanti della regione nella gestione delle competenze che già possiede, sia nei confronti delle amministrazioni locali, a cui dovrebbero essere assegnate le competenze amministrative, sia nei confronti della società nelle sue articolazioni professionali ed economiche.

Ne cito una per tutte, che aiuta a capire, anche in una regione come la nostra, quanto lunga sia la strada per costruire rapporti stabili e non occasionali fra i diversi attori.

Il PNRR e l’esercizio dell’autonomia


Nell’assegnazione alle imprese delle filiere destinatarie dei fondi del PNRR (stiamo parlando di ben 650 milioni), la scelta non è avvenuta all’interno di un bando o di una sia pur veloce selezione, bensì sulla base dei rapporti e delle conoscenze dirette, mediate e garantite da professori in funzione di foglie di fico. Cosa ci dice questa vicenda. Ci dice che la regione di Zaia, non ha costruito nessun rapporto strutturato e istituzionalizzato (la differenza fra la democrazia che vive di regole e gli autocrati che decidono sulla base del personalissimo perché sì, sta tutta qui) fra Regione, imprese, università e centri di ricerca. E non stiamo parlando di cosa marginale o legata alla misura straordinaria del PNRR, ma della capacità stessa di questo territorio di fare innovazione con una istituzione al suo servizio. La differenza fra una modalità che agisce coltivando la trasparenza e una che coltiva la clientela.

Per questo tornare a parlare di più di Autonomie e di guardare dentro al processo di autonomia, diventa un modo per cambiare il nostro dibattito pubblico, diventando protagonisti del cambiamento possibile.


All’inizio non potremo contare sulla conferenza stampa permanente in cui raccontare, come un commissario alla protezione civile, come si sta affrontando l’emergenza, passando, sempre con addosso la giacca gialla, dalla tempesta Vaia, al Covid e oggi alla gestione dei profughi provenienti dall’Ucraina. Ma sicuramente faremo un servizio alla nostra regione. All’istituzione e ai suoi cittadini.


Ivo Rossi

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