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La russofilia del Veneto, fra autonomia e indipendenza, ridisegna le alleanze del governo



di Ivo Rossi e Paolo Giaretta


Le istituzioni sono organismi da trattare con delicatezza, tanto più lo debbono fare i vertici delle assemblee legislative chiamate a rappresentare l’intero organo espresso dalla volontà popolare. Quanto accaduto nei giorni scorsi, con l’invito a parlare delle “relazioni conflittuali tra la Nato e la Russia” rivolto ad Alessandro Orsini da parte del presidente del Consiglio regionale del Veneto, esprime un indirizzo politico esplicito a giustificazione e sostegno dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin. L’invito, asserendo in modo apodittico come all’origine della guerra di aggressione siano individuabili “relazioni conflittuali”, afferma indirettamente una condanna dei paesi occidentali (la NATO), Italia compresa. Che questa iniziativa sia stata collocata negli stessi giorni in cui la presidente Meloni incontrava il presidente degli Stati Uniti, Biden, in cui è stato centrale il rinnovo del sostegno all’Ucraina e al suo diritto di difendersi dall’aggressore che da oltre 18 mesi bombarda le città, uccidendo migliaia di civili e obbligando milioni di persone ad abbandonare il paese, è ancora più grave perché fornisce giustificazioni anche al blocco delle esportazioni di grano, azione criminale nel solco dei precedenti della Russia di Stalin che con l’Holodomor, riconosciuto come genocidio nelle stesse ore dal Senato, ha provocato quattro milioni di morti per fame.

Si tratta dunque di una posizione politica esplicita, come riportato dagli stessi resoconti, che mette in discussione non tanto la legittimità delle posizioni personali del consigliere Ciambetti, quanto quelle relative al suo ruolo di rappresentanza del massimo organo del Consiglio regionale.

Ciambetti, d’altra parte, non ha mai nascosto le sue simpatie per la Russia di Putin e per la sua gestione illiberale del potere. L’ha fatto nel 2016, guidando una delegazione nella Crimea annessa alla Russia e priva allora, come oggi, di riconoscimento internazionale. L’ha fatto, nonostante il diniego espresso dalla Farnesina. L’ha fatto, sostenendo e votando nel 2016 la Risoluzione per “il riconoscimento del diritto di autodeterminazione della Crimea”, obtorto collo rinnegata dal Consiglio regionale del Veneto nei giorni immediatamente successivi all’aggressione russa.


Si tratta dunque di una posizione politica sideralmente opposta a quella assunta dall’Italia, prima durante il governo Draghi e ora da quello Meloni. Una posizione grave che non lascia spazio a equivoci, tanto più se si considera anche il sostegno della Russia nei confronti dei golpisti che in Niger hanno deposto il presidente democraticamente eletto.


Si tratta dunque di una posizione, come più volte ribadito dal presidente Mattarella ed anche dallo stesso papa Francesco, che non manca mai di mandare una preghiera per il “martoriato popolo ucraino”, che mina i fondamenti, non solo quelli affermati dal diritto internazionale, ma anche la stessa collocazione italiana, le sue alleanze e il sistema di valori di riferimento. Che lo faccia un presidente del Consiglio è di una gravità che non può essere mascherata da lectio magistralis, tanto più in una regione, come il Veneto di Zaia, che in nome dell’autonomia differenziata ha chiesto sia attribuita alla regione la materia dei “rapporti internazionali e il commercio con l’estero”. Anche se si tratta di ipotesi remota, c’è da rabbrividire all’idea che il Ciambetti-pensiero possa tradursi in una nuova politica delle alleanze con l’apertura di canali commerciali con la Russia che allontanerebbero il Veneto e le sue imprese, non solo dall’Europa ma dall’intero mondo libero.


Ipotesi surreale e derubricabile a innocua propaganda? Meno di quanto si possa pensare. Basti ricordare che nel 2014 il Consiglio regionale del Veneto, presidente Zaia, ha votato l’indizione di un referendum per l’Indipendenza del Veneto dal quesito esplicito: “Vuoi che il Veneto diventi una Repubblica indipendente e sovrana? Sì o No?”, quesito cassato dalla Corte Costituzionale in quanto “il contenuto, proponendo prospettive di secessione in vista della istituzione di un nuovo soggetto sovrano è del tutto incompatibile con i principi supremi dell’unità e indivisibilità della Repubblica”.


L’indipendenza del Veneto, e dunque la possibilità di esercitare un’autonoma politica estera, il presidente Ciambetti, oltre alla sottoscrizione del progetto di legge 342 del 2013, non ha mai mancato, con una sua coerenza, di ribadirla in più occasioni.


Non si può dunque dire che non ci abbia provato e che non abbia in testa una strategia precisa, una strategia - a giudizio di chi scrive - incompatibile con il ruolo che ricopre.


Sui principi fondamentali della convivenza civile, sui valori della democrazia e della libertà, sul ripudio della guerra, sul diritto dei popoli a difendersi dagli aggressori non sono ammesse deroghe di convenienza o equilibrismi verbali. La politica estera e le alleanze sono cose serissime che attengono ai fondamentali di un Paese democratico, e dunque anche del territorio veneto.

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